mercoledì 3 agosto 2011

La storia della Coppa Intercontinentale (1)

Pierre Delaunay, segretario dell’Uefa negli anni 50, figlio di Henri, il personaggio a cui è intitolata la Coppa Europa per nazioni, vive nella regale Versailles, ha appena compiuto 92 anni, ma a dispetto dell’età è ancora lucidissimo: «Fu L’Équipe, che nel 1955 pensò a una Coppa dei Campioni, poi, i suoi ideatori guardarono al Sudamerica; si voleva stabilire un campione del mondo per club, o almeno stabilire chi era la più forte nei due continenti in cui il calcio era più evoluto. Gabriel Hanot, giornalista ed allenatore, sembrava il più entusiasta. All’Uefa appoggiammo l’idea, ma quando la sede della nostra confederazione venne spostata a Berna, preferii lasciare per rimanere a Parigi ad occuparmi della mia principale attività, quella di antiquario. Quindi non so poi come andarono le cose». E allora andiamo a bussare a L’Équipe. Hanot è morto, ma c’è ancora Jacques Ferran, 90 anni e, una memoria di ferro: «Ricordo bene quei giorni. Io, Hanot, Jacques de Ryswick e altri della redazione, “spingevamo” verso la Cbf, in particolare verso il nostro amico Joao Havelange per la creazione di una Coppa Campioni sudamericana. Dopo qualche mese incaricammo il collega Marcel Hansenne, ex atleta, bronzo sui 400 a Londra ’48, che aveva in programma un viaggio d’affari in Sudamerica, a fare da emissario. Fu così che nacquero la Libertadores e subito dopo l’Intercontinentale».



UNA NASCITA “FRANCESE”
Dunque, così come tutte le altre manifestazioni calcistiche di primo piano (i Mondiali di Jules Rimet, gli Europei di Henri Delaunay e la Coppa Campioni di Gabriel Hanot), anche l’Intercontinentale, oggi Mondiale Club, ha una progenia francese. La Copa Libertadores de America era stata così chiamata, in onore dei vari eroi nazionali che fecero ottenere l’indipendenza alle dieci nazioni confederate. Bernardo o’Higgins (Cile), Simon Bolivar, Francisco Miranda, Antonio José Sucre (Bolivia, Colombia e Venezuela), Rodrigues Francia (Paraguay), José San Martin (Perù), Manuel Belgrano (Argentina), José Gervasio Artigas e José Fructuoso de Rivera (Uruguay), oltre a due signori che in Italia ben conosciamo e che rispondono ai nomi di Giuseppe e Anita Garibaldi, sono dunque i “padri putativi” del torneo. Il 5 marzo 1959, al 24° Congresso della Csf, caduto l’ultimo veto, quello uruguayano, fu sancita la nascita della Libertadores e il 15 febbraio 1960 la confederazione sudamericana equiparò il suo calendario a quello dell’Uefa per fare affrontare le due vincenti a tornei finiti. Quando, nel giugno del 1960 i “mirasoles” (girasoli) del Peñarol, piegarono l’Olimpia di Asuncion alzando al cielo la prima Libertadores, si iniziò a pensare a trovare le date giuste per giocare l’Intercontinentale. Lo storico accordo viene siglato a Berna, da qualche setttimana sede ufficiale dell’Uefa, il 25 giugno 1960. Al tavolo del consigliere belga José Crahay, sono seduti il presidente del Peñarol, Fermin Sorhueta e quello del Real Madrid, Santiago Bernabeu, accompagnato dal suo vice Raimundo Saporta.

1960: UN TRIONFO REAL
Manca poco alle le 15,30 di domenica 4 luglio 1960 e i dirigenti del Peñarol sono in campo a spargere segatura per garantire la praticabilità di un campo allagato da cinque ore di diluvio. All’Estadio Centenario di Montevideo, dove 30 anni prima si era disputata la finale della prima Coppa del Mondo per nazioni – suggestiva coincidenza – hanno preso posto 71.872 spettatori e quasi altrettanti ombrelli. Le due squadre portano sul petto lo scudetto della confederazione rappresentata. L’arbitro è argentino: José Luis Praddaude. Juan Eduardo Hohberg, di origini tedesche, ha 34 anni ed è all’ultima stagione della carriera: tocca a lui battere il primo calcio d’inizio della storia. I padroni di casa sono più offensivi e veloci, ma il Real Madrid ha un tasso tecnico superiore e si fa preferire per le sue combinazioni palla a terra. Al 52’, Puskas, servito da Di Stefano, ha la palla-gol più ghiotta, ma Martinez salva alla disperata in corner e termina 0-0. Passano due mesi prima che venga giocata la gara di ritorno, il 3 settembre a Madrid, stadio Chamartin (oggi Bernabeu). Il regolamento non contempla il quoziente reti e in caso di una vittoria a testa (non importa lo scarto) oppure di due pareggi, si va alla bella, che si giocherebbe di nuovo in casa della squadra che ospitato la gara di ritorno, 48 ore dopo. Miguel Muñoz allena un Real stellare, reduce da cinque trionfi di fila in Coppa Campioni, a caccia della ciliegina sulla torta, per coronare un ciclo straordinario. La “garra”, la famosa grinta sudamericana, stavolta non basta a contenere la classe madridista. Il Peñarol si schiera con il 4-2-4 caro a capitan William Martinez che, come le sue iniziali, ricorda lo schema WM di stampo britannico, ma il Real, con il rientro di Gento e con un Puskas più decentrato e quindi più difficile da marcare, è un’orchestra in grado di suonarle a chiunque. La capacità di smarcarsi, unita alle finte e al cambio di passo degli attaccanti madridisti, manda in crisi la difesa “aurinegra”, che va sotto di tre gol dopo soli nove minuti: al 3’ segna Puskas, che conclude una combinazione Del Sol-Di Stefano; al 6’ galoppata di Gento, cross per Puskas che Di Stefano “sporca” con una deviazione e rete del radoppio; al 12’ il tris ancora dello scatenato Puskas, su punizione. Può bastare? No, perché al 45’ tocca a Herrera riprendere una corta respinta di Mairana e mettere dentro il quarto. Nella ripresa Gento fa cinquina con un pallonetto da 30 metri, prima del platonico punto del 5-1 dell’ecuadoregno Alberto Spencer.

Il Real Madrid posa con la Coppa Intercontinentale del 1960


1961: LA RIVINCITA DEL PENAROL
Nel 1961, il Peñarol, da cinque anni di fila campione dell’Uruguay e “bicampeon continental” è di nuovo in corsa per il titolo, opposto ai portoghesi del Benfica. Il vantaggio del ritorno in casa, favorisce gli uruguayani che, pur battuti 1-0 a Lisbona il 4 settembre 1961 (rete di Mario Coluna) si riscattano in casa con una goleada (5-0) e si impongono per 2-1 nello spareggio. La differenza la fanno tre giocatori appena acquistati: José Sacia, detto “El Guapo”, tornato da un’esperienza al Boca Juniors, il settepolmoni Ernesto Ledesma e Juan Joya, peruviano, che forma con Spencer un’affiatata coppia-gol. Una bella rivincita per il tecnico del Peñarol, Roberto Scarone, tra gli allenatori più vincenti del Sudamerica.

1962: PELE' UMILIA EUSEBIO
Corre l’anno 1962 e gli astronomi del calcio sono abbagliati da una nuova, luminosissima stella. Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, che al Mondiale cileno è stato azzoppato dopo due gare e ha vissuto ai margini il successo mondiale della Seleçao, stavolta recita un ruolo da protagonista con la sua squadra, il Santos, che oltre a lui ha altri sei nazionali”: il portiere Gilmar, il difensore centrale Mauro, il centrocampista Zito e tre riserve (l’ala Pepe, il centravanti Coutinho e il centrocampista Mengalvio). All’andata, nel piccolo stadio santista, “O Rey” guida i suoi al successo per 3-2, segnando una doppietta. Ma è al ritorno, a Lisbona, che la “bomba” esplode: finte, tunnel, colpi di tacco, due assist, per la prima e finora unica tripletta della storia. A pochi minuti dalla fine il Santos è in vantaggio 5-0! Finisce 5-2, ma il pubblico portoghese non dimenticherà mai più quella notte. Peter Lorenzo, radiocronista Bbc, è basito: «Lo spettacolo più incredibile da parte di un solo giocatore al quale io abbia mai assistito!».

 
Benfica-Santos 2-5: lo show di Pelè


1963: IL SANTOS SERVE IL BIS
Il ciclo santista, sull’asse formato dal presidentissimo Atié Jorge Coury (in carica dal 1944 al 1973) e dal tecnico Luis Alonso Perez, detto “Lula”, è al suo apice e nel 1963 offre il bis: l’unica differenza è nell’innesto di Geraldino a centrocampo, per il resto, tutto invariato. L’avversario è il Milan di Rivera. Luci a San Siro, ma alla gara d’andata non c’è il tutto esaurito, complici i prezzi troppo alti dei biglietti. Ci sono comunque 50 mila spettatori e la marcatura a uomo di Giovanni Trapattoni, che già aveva funzionato nel Torneo Città di Milano di quattro mesi prima, limita la classe di Pelé, fino a che “o Rey”, in una delle poche volte in cui si libera, firma un gol su azione e uno su rigore, diventando con 7 centri totali, il bomber “all-time” del torneo. Marcatura di Pelé a parte, Trap si scopre centrocampista offensivo, segnando il gol dell’1-0 con un tiro a pelo d’erba e fornendo l’assist ad Amarildo con il perfetto cross del 3-0. Finisce 4-2 per il Milan, che va a Rio sapendo di dover giocare in una bolgia, nonostante sia stato scelto l’immenso e un po’ dispersivo Maracanà. Pelè è fuori causa per infortunio e sembra mettersi bene per i rossoneri, che al 16’ sono già avanti due reti, grazie ad Altafini e Mora. Al riposo, sul 2-0 (sotto il diluvio), sembra fatta, ma il Santos, complice anche l’omertà dell’arbitro argentino Brozzi, che non sanziona vari colpi violenti su Amarildo e sul portiere Ghezzi, rovescia il match segnando quattro volte in un quarto d’ora, dal 50’ al 65’. Nello spareggio di due giorni dopo, Carniglia lascia fuori Rivera, per evitargli traumi; in porta c’è il secondo Balzarini, che al 40’ viene travolto e deve lasciare il posto al terzo portiere Barluzzi. Gara a senso unico, contrassegnata dall’espulsione di Maldini, entrato in maniera scomposta su Dorval, che peraltro simula di brutto. Brozzi espelle Cesarone e indica il dischetto: è il 35’ e Dalmo segna l’unica rete dell’incontro. Santos primo “bicampeon” dell’Intercontinentale e la Fifa, che continua a non vedere di buon occhio la competizione, intuisce che c’è qualcosa che non funziona: troppe violenze, botte da orbi, colpi proibiti…
Davide Rota
1 - Continua

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