lunedì 13 febbraio 2012

Zizinho e Pelè

Pelè
Zizinho
Thomas Soares da Silva ed Edson Arantes do Nascimento. Ovvero Zizinho e Pelè. Il grande sconfitto e il grande vincitore. Forse, sul piano della pura forza tecnica, tra i due non c'era questa abissale differenza. Ma la storia, si sa, è scritta dai vincitori. E quindi nell'immaginario collettivo, nella presa sulla storia, Pelè occupa un posto decisamente più rilevante. Pelè viene unanimamente considerato uno dei più grandi giocatori di calcio del XX secolo, se non addirittura il più grande in assoluto. Zizinho invece fuori dal Brasile per molti è sconosciuto. Ma se quel maledetto 16 luglio 1950, il giorno della finale mondiale tra brasiliani e uruguayani, la storia fosse andata diversamente, oggi forse si parlerebbe di lui con ben altra enfasi, con ben altra riverenza.

Nel 1950 il Brasile aveva organizzato il quarto campionato del Mondo con un solo obiettivo possibile: la vittoria. Fu costruito un nuovo stadio, il Maracanà, 200mila posti, un vero e proprio monumento all'umanità, il modo migliore per celebrare un trionfo che tutti davano per certo. Sembrava l'alba di una nuova era, per il Brasile, in campo e fuori. Sul campo, la nazionale verdeoro entusiasmava e vinceva. Segnò 21 reti in 5 partite e nell'ultima bastava un pareggio contro l'Uruguay per laurearsi campioni (per la prima e unica volta, il Mondiale non veniva deciso da una finale, ma da una classifica di un girone a quattro). La tracotanza però giocò un brutto scherzo: il Brasile andò in vantaggio, attaccò per cercare il raddoppio e prestò il fianco al micidiale contropiede uruguayano: prima Schiaffino, poi Ghiggia firmarono la più incredibile delle condanne.

Di quel Brasile, Zizinho era la mezzala destra: formava una diagonale offensiva di micidiale efficacia, in linea con il centravanti Ademir (la “punta de lanza”), che arretrava per favorire gli inserimenti sulla sinistra dell'altra mezzala Jair. Zizinho aveva un campionario tecnico infinito: fantasia, tecnica, visione di gioco, eleganza, finte, dribbling, tiro... Contro la Yugoslavia, segnò un gol meraviglioso, entrò in area, superò un difensore, infilò il portiere nell'angolo lontano. L'arbitro annullò inspiegabilmente. Zizinho non si scompose: nell'azione successiva prese di nuovo palla sul lato destro, entrò in area, dribblò il medesimo difensore e beffò il portiere nello stesso identico modo, con la palla nell'angolino.

Chi lo vide giocare in quel Mondiale, nei suoi anni d'oro nel Flamengo (tre campionati vinti in fila e un quarto nel '57, a 36 anni), in Coppa America (vinta nel 1949 e di cui - insieme a Tucho Mendez - è recordman di gol con 17 reti) ne rimase incantato. Un giornalista inglese scrisse di lui: «Non stiamo parlando semplicemente di un grande giocatore, uno dei tanti grandi giocatori trovati in diverse parti del mondo. Questo è un genio. Un uomo che possiede tutte le qualità che dovrebbe avere un professionista per potersi avvicinare alla perfezione». Mentre un inviato della Gazzetta dello Sport lo paragonò a Leonardo da Vinci, «che dipinge opere d'arte con i piedi sull'immensa tela del Maracanà». Anche se il commento più significativo fu dato da un suo compatriota: «Gli dei hanno concesso a Zizinho la grazia del calcio, ma il tempo non l’ha voluto al momento giusto».

Il momento giusto sarebbe arrivato otto anni dopo, in Svezia, quando Zizinho aveva oramai 38 anni, prossimo al ritiro. Al suo posto, con la maglia numero 10 della Seleçao, muoveva i suoi primi passi uno scricciolo di colore di soli 18 anni, che sarebbe poi diventato leggenda. Fu lì, nella terra dei vichinghi, lontano migliaia e migliaia di chilometri dal prato verde del Maracanà, che il calcio brasiliano avrebbe conosciuto davvero l'alba di una nuova era.
Niccolò Mello


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