mercoledì 23 gennaio 2013

Io, l’Inter e il mio calcio mancino di Mario Corso con Beppe Maseri

È stato uno dei trascinatori della Grande Inter costruita dal trio Moratti-Allodi-Herrera. Poco incline alle pubbliche relazioni, forse anche per il suo carattere dominato dalla timidezza, ha comunque trovato spazio nel cuore dei tifosi nerazzurri e ampia stima da parte dei suo avversari, tra i quali sua maestà ‘O Rey’ Pelè. Stiamo parlando di Mario Corso, per tutti «Mariolino», quello delle punizioni ‘a foglia morta’. Ha deciso di ‘confessarsi’ in una biografia dal titolo suggestivo “Io, l’Inter e il mio calcio mancino, Lìmina” firmata con l’amico giornalista Beppe Maseri. 



Corso supera la naturale ritrosia e apre il suo cuore raccontando il suo lato più intimo: l’infanzia serena in una  famiglia unita, una moglie dolce e comprensiva, il desiderio mancato di avere figli compensato però dalla presenza e dal sostegno offerto ai nipoti rimasti privi del padre.
Tra aneddoti e retroscena inediti, ci regala il ritratto di un uomo semplice, tranquillo, timido e, come lui stesso ammette, anche permaloso, ma pur sempre autentico e lontano mille miglia dallo stereotipo del calciatore moderno.

Tecnico e fantasioso, un vero artista del pallone, ricevette da Pelè un autentico attestato di ammirazione. Dopo un’amichevole con il Santos, il fuoriclasse brasiliano gli disse: “se non ti dovessero far giocare in Nazionale, vieni pure da noi, avresti il posto assicurato e penso che vinceremmo molto”.

Il piatto più prelibato della casa era ‘la foglia morta’ che Corso descrive così: “un tipo di tiro, sui calci piazzati, che ha fatto molte vittime grazie a una strana parabola che facevo prendere al pallone, che scavalcava la barriera, e ricadeva poi improvvisa, morbida e beffarda a sorprendere il portiere.

“Il piede sinistro di Dio”, altro soprannome che ne descrive il talento, ammirava Sivori cui si ispirò oltre che nel vezzo di indossare i calzettoni abbassati, per le mille diavolerie che lo resero inamovibile pedina della Grande Inter. Pupillo del presidente, non trovò mai completo feeling con il Mago che a più riprese ne chiese la cessione.  

Corso ripercorre i momenti che condussero alla costruzione dello squadrone nerazzurro fino ai successi raccolti in campo nazionale ed internazionale. Un percorso non semplice e che giunse dopo anni di digiuni ed amarezze per i tifosi della Beneamata. Vengono tratteggiati - con una pagella che ne sottolinea le qualità tecnico-tattiche e morali - i profili di tutti i protagonisti da Herrera, dipinto come innovatore del ruolo, grande comunicatore e fine psicologo ad Angelo Moratti, primo tifoso e innamorato della sua creatura, alla rosa di una squadra che aveva nel gioco all’italiana la cifra ed il segreto delle sue vittorie.

«Mariolino» non ebbe fortuna in nazionale non prese parte infatti a nessuna spedizione mondiale del suo periodo. Una delusione addolcita però dai tanti trofei - quattro campionati, due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali - razziati con la maglia nerazzurra.

 Alessandro Sartore

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